Michael: ascesa e ombre del mito, in un film fin troppo impeccabile da risultare una coreografia perfetta
"Non permettere a nessuno di spegnere la tua luce, nemmeno a te stesso". Troppo spesso, l'ostacolo più insormontabile tra noi e il nostro splendore siamo proprio noi stessi, prigionieri di dubbi e timori che annebbiano la lucidità e la capacità di fare giuste ed oggettive valutazioni, bloccati ogni giorno in ambienti e situazioni tossiche, circondati da persone incapaci di valorizzarci, ci lasciamo assuefare dal giudizio altrui e schiacciare dalle consuetudini che, come un tarlo, s'insinuano nella mente. Sono queste ombre interiori a impedirci di scegliere con cura chi avere accanto, lasciando che persone prive di valore spengano la nostra scintilla e ci facciano sentire, ingiustamente, sbagliati o falliti.
Michael Jackson brillava e la sua non era una luce comune, ma un faro creativo che ha travolto il mondo intero. Eppure, prima di illuminare le vite di milioni di fan con il suo stile inconfondibile, MJ ha dovuto attraversare i corridoi più oscuri del proprio abisso personale. Il film diretto da Antoine Fuqua — firmato dai produttori del pluripremiato Bohemian Rhapsody — ci mostra proprio questo: il conflitto tra l'uomo e il mito, nonché il prezzo altissimo del genio.
Michael ci insegna che nulla è davvero impossibile e come sosteneva Walt Disney, "Se puoi sognarlo, puoi farlo". Si può persino imparare a volare, come un Peter Pan moderno verso una Neverland che non è solo un luogo, ma uno stato dell'anima. La lezione più grande del film è che ciò che desideriamo è sempre lì, a un passo da noi: esattamente dall’altra parte della paura.

Tre, due, uno e subito i peculiari virtuosismi di Michael Jackson risuonano sui titoli di testa. Le note inconfondibili di uno dei suoi brani più iconici e famosi diventano il preludio di quello che, a mio parere, è il biopic più musicale ed entusiasmante realizzato fino ad oggi. In Michael, la musica è infatti l’anima pulsante, ma questa colonna sonora incessante e coinvolgente - supportata da un sapiente montaggio sonoro - subisce un taglio netto e brutale ogni volta che entra in scena suo padre, Joseph Jackson, interpretato magnificamente da un glaciale Colman Domingo. Joseph ammanta la scena di un velo di antipatia per lo spettatore e di puro terrore per il piccolo MJ. Questo dettaglio sonoro è fondamentale in quanto Joseph non è un semplice 'guastafeste' che interrompe il ritmo musicale del film, ma in una trama che procede in modo fin troppo lineare e priva di grandi rotture narrative, lui incarna il vero villain. È il deus ex machina dei The Jackson 5, inizialmente carismatico e maniacale nel guidare i figli verso la vetta, ma col passare del tempo si rivela un manager ossessionato e dittatoriale, capace di trasformare il sogno del successo in una prigione dorata.
Se da un lato la trama — focalizzandosi sul periodo fino al 1988 — traccia l'ascesa di Michael Jackson da voce dei The Jackson 5 a legenda globale con i suoi primi album da solista, dall'altro svela la tragedia di un’infanzia sottratta. Il film ci mostra un bambino a cui è proibito essere tale: Michael confessa con amarezza di non poter avere amici coetanei perché il suo successo lo rende 'diverso'; da lui gli altri ragazzini cercano autografi, non vedono un compagno di gioco. Questa solitudine forzata lo trasforma in un eterno Peter Pan - estremamente empatico verso bambini malati o bisognosi di essere salvati in una Neverland che non è più un capriccio, ma una necessità - un uomo che spende fortune in negozi di giocattoli nel disperato tentativo di recuperare il tempo perduto, mentre i fratelli, ormai assorbiti dalle vicissitudini della vita adulta, non hanno più tempo per una semplice partita a Twist con lui.
In questo isolamento, Michael trova rifugio nella compagnia di animali esotici: il lama, la giraffa, il serpente e la celebre scimmia Bubbles, creature che diventano il suo unico scudo contro il mondo esterno. C’è una riflessione profonda quando, l'inquadratura cattura un sarcastico Joseph ed MJ dice che "la scimmia è buona, tranne con chi la spaventa", metafora della sua stessa esistenza. Tra lo sputo del lama e la fame del serpente, Michael cerca paradossalmente una forma di autodifesa tra le mura di casa, circondandosi di esseri che non giudicano e che, a differenza degli uomini, reagiscono solo per protezione e non per cattiveria.
Tutto questo bagaglio di solitudine esplode nel climax emotivo del film: il momento in cui, in diretta mondiale, Michael Jackson decide finalmente di dare il 'ben servito' al padre. È il momento in cui conquista una libertà e un’indipendenza tanto professionale quanto, soprattutto, morale. In questa sequenza, il film ci restituisce tutto il peso dei soprusi subiti: lo sguardo sempre basso, incapace di reggere quello severo del patriarca; il silenzio soffocante per non tradire le sue volontà; il trauma delle violente percosse e la pressione psicologica di un management che lo considerava più una fonte di reddito che un figlio. Mettersi alle spalle quel passato significa, per Michael, smettere di essere un ingranaggio della macchina economica familiare per diventare, finalmente, l'unico padrone del proprio destino. È qui che la performance di Jaafar Jackson si fa monumentale perché non è solo una questione di mimica o di straordinaria somiglianza vocale, ma di un’interpretazione viscerale che trasmette tutta la fragilità di un uomo che trova il coraggio di spezzare le proprie catene.
Ma è nelle sequenze di canto e ballo che il film trascende il genere, e dove Jaafar Jackson compie un miracolo interpretativo. Se in Bohemian Rhapsody la sfida era restituire l'energia di Freddie Mercury, qui i produttori si sono spinti oltre, affrontando una complessità tecnica e coreografica senza precedenti. Jaafar infatti non si limita a replicare i passi, sarà il grado di parentela con la legenda del pop, ma egli è in grado di incarnare il 'movimento Jackson' con una naturalezza che toglie il fiato, rendendo ogni kick e ogni moonwalk un’estensione magnetica della sua anima.
Il confronto con il biopic dei Queen è inevitabile, ma Michael vince sul piano della maestosità visiva. Mentre in Bohemian Rhapsody il fulcro era l'evento unico del Live Aid, qui ci troviamo di fronte a una successione impressionante di riproduzioni live e momenti di vero metacinema, come ad esempio la ricostruzione del videoclip di Thriller, una vera e propria esperienza immersiva per lo spettatore, nonchè pura estasi per fan o cinefili.
La regia di Fuqua non si limita a immortalare la performance, ma cattura la fatica e la precisione maniacale nascoste dietro ogni singola nota. È proprio qui che il film vince: quando smette di essere un semplice resoconto cronologico per trasformarsi in una celebrazione ambiziosa della perfezione artistica, con un impatto visivo degno della legenda che racconta. Resta però un paradosso di fondo: il film ha il limite di non deludere le aspettative, procedendo con una precisione tale da lasciare poco spazio all'imprevedibilità, proprio come una coreografia eseguita alla perfezione.
VOTO: 4 STELLE!
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